venerdì 27 ottobre 2017

COMMENTO AL CANTO I DELLA "DIVINA COMMEDIA - INFERNO"

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura!
Con questi versi si apre la Divina Commedia di Dante Alighieri. L'opera inizia con il poeta smarrito in una selva selvaggia, aspra e forte, che il solo ricordare gli incute paura. La selva rappresenta l'oscurità, la lontananza dalla grazia di Dio. Lo smarrimento del poeta in questa selva può rappresentare contemporaneamente l'allontanamento di Dante dalla grazia di Dio, il suo smarrimento nelle cose umane, ed anche lo smarrimento dell'intera umanità, che priva della guida sicura e retta del papato e dell'impero vaga smarrita fuori da ogni virtù. Nei versi successivi il poeta ci dice che questa selva Tant'è amara che poco è più morte, essa infatti può essere considerata un lento procedere verso la morte dell'anima, quindi è poco meno terribile della morte stessa.
Dante non riesce a dirci come possa essere giunto ad una condizione tanto misera, questo perché la sua mente era oscurata dal sonno nel momento in cui abbandonò la "verace via", cioè la via della verità. Nella Bibbia spesso l'offuscamento dell'intelletto dovuto al peccato è definito come un sonno, qui Dante riprende questa tradizione e ci spiega che la sua mente era tanto oscurata dal peccato che è finito fuori dalla grazia di Dio senza nemmeno rendersene conto. Per alcuni critici l'abbandono della retta via coincide con un momento storico preciso, l'anno 1290, che fu l'anno della morte di Beatrice. Tale ipotesi appare verosimile se si considera il ruolo che il poeta dà alla donna che tanto ha amato. Beatrice non è una semplice musa, è una guida verso la grazia di Dio, colei che indica al poeta il sentiero da seguire per liberarsi dalla propria miseria e raggiungere la beatitudine. Nei prossimi canti vedremo come la stessa Beatrice ha deciso di far intraprendere a Dante il viaggio nell'oltretomba, così da salvare non solo l'anima del suo protetto, ma l'intera umanità attraverso la sua testimonianza. Nelle intenzioni di Dante infatti, questo sarà più chiaro nei prossimi canti, la Divina Commedia non è un poema fine a sé stesso. I versi che raccontano il suo viaggio nell'oltretomba hanno il valore di una completa e approfondita opera teologica attraverso la quale l'autore cerca di scacciare l'oscurità dalla mente dei lettori. Beatrice quindi non è solo la guida e la salvatrice di Dante, per il poeta diventa guida e salvatrice dell'umanità intera.
Dante, resosi conto della sua misera condizione, reagisce ed esce dalla selva, trovandosi ai piedi di un colle. Nei versi 77-78, Virgilio definisce questo colle "il dilettoso monte / ch'è principio e cagion di tutta gioia. Il colle è il cammino che conduce al sole che, a sua volta, è la guida dell'umanità. La definizione del sole come guida ha una funzione bivalente, infatti il pianeta (Dante lo indica così perché al suo tempo vigeva ancora il sistema tolemaico, quindi era considerato un pianeta che, come gli altri, percorreva un'orbita intorno alla Terra) è da sempre la guida per i viaggiatori, che lo usano per trovare i punti cardinali, ma allo stesso tempo in questi versi assume il ruolo di guida verso la luce, seguendo i suoi raggi si può uscire dall'oscurità del peccato.
Visto il colle con il sole alle spalle, Dante è rinfrancato e inizia a salire, lasciandosi la selva alle spalle. A questo punto si trova davanti tre fiere: una lonza, un leone e una lupa. La lonza, un felino simile ad una pantera, rappresenta la lussuria e col suo manto maculato mostra il gioco mutevole delle lusinghe. Il leone invece rappresenta la superbia. La lupa è la più temibile, rappresenta l'avidità. La vista delle tre fiere spaventa il poeta e lo costringe ad indietreggiare verso la selva, questi tre peccati impediscono quindi all'uomo di percorrere il retto cammino e lo spingono in una condizione di perdizione.
Nel momento in cui il rinsavimento di Dante sembra vanificato, in cui egli sta inesorabilmente cadendo di nuovo nella disperazione, giunge Virgilio. Dante inizialmente non lo riconosce, quindi Virgilio si presenta prima spiegando l'epoca storica in cui nacque e visse, nel tempo de li dèi falsi e bugiardi, cioè nell'antica Roma in cui vigeva il paganesimo, poi parlando dell'opera che lo rese celebre nei secoli, l'Eneide. "cantai di quel giusto / figliuol d'Anchise che venne di Troia, / poi che 'l superbo Iliòn fu combusto", nella sua opera Virgilio scrisse di Enea, che fuggì dalla rocca di Troia quando questa fu bruciata dagli achei. Dante in Virgilio riconosce il suo maestro, colui che ha ispirato le sue opere, e gli chiede aiuto affinché possa salvarsi dalla lupa, cioè dall'avidità che gli impedisce di camminare verso la beatitudine. In questa invocazione, secondo me possiamo anche leggere l'appello di un letterato che chiama a raccolta tutta la cultura e il sapere affinché lo aiutino a liberarsi dalla condizione di miseria morale, egli cerca nella conoscenza l'appiglio utile per migliorarsi nello spirito.
Dopo l'invocazione di Dante, arriva quello che secondo me è il momento più bello di tutto il canto. Virgilio spiega alla povera anima smarrita che è impossibile superare la lupa, insaziabile e inarrestabile. Il mondo è in balìa dell'avidità e questa cresce di continuo, tanto che è impossibile salvarsi da essa affidandosi semplicemente alla ragione umana. Bellissima è la descrizione che Virgilio fa della lupa: "ha natura sì malvagia e ria, / che mai non empie la bramosa voglia, / e dopo 'l pasto ha più fame che pria. / Molti son li animali a cui s'ammoglia,". L'avidità è insaziabile, cresce sempre di più, infatti l'avido si ritrova a volere sempre più di quel che ha, inoltre è un vizio che si accompagna a tanti altri, infatti essa è causa di guerre (violenza), intrighi (lussuria) e altre cose deprecabili. Questa meravigliosa descrizione dell'avidità ci introduce poi ad un altro magnifico passaggio, una delle profezie più oscure di tutta l'opera, quella del veltro. "infin che 'l veltro / verrà, che la farà morir con doglia. / Questi non ciberà terra né peltro, / ma sapienza, amore e virtute, / e sua nazion sarà tra feltro e feltro." con queste parole Virgilio annuncia l'arrivo di questo veltro che distruggerà l'avidità. Il veltro è un veloce cane da caccia, è ovvia quindi la metafora del cane che stana e uccide la lupa. Virgilio predice poi che questo veltro non avrà né sete di potere né di denaro (il peltro è un'antica lega metallica usata nell'antichità cristiana per la produzione di strumenti di culto), si occuperà solo delle cose divine (sapienza, amore e virtù). Ciò che rende oscura la profezia è la provenienza del veltro, indicata nell'ultimo verso. Molte sono le interpretazioni date all'espressione "tra feltro e feltro": 
1) per alcuni critici come feltro si indica un rozzo panno di lana non tessuta, quindi Virgilio vorrebbe dire che sarà di origini umili;
2) per altri il feltro invece indica un panno di pregio usato per tappeti e cuscini, quindi significherebbe che sarà di origini nobili;
3) molti critici vedono invece un'indicazione geografica, per loro il poeta vorrebbe indicare che questo veltro nascerà tra Feltro e Montefeltro in Romagna;
4) altri vedono un'indicazione astrologica, i Dioscuri (Castore e Polluce) usavano infatti un berretto frigio di feltro, quindi l'espressione indicherebbe la costellazione loro dedicata nella volta celeste, quindi il veltro nascerà sotto la costellazione dei Gemelli.
Dopo la profezia, Virgilio spiega a Dante che per uscire dalla selva dovrà percorrere un cammino diverso. Gli annuncia che lo guiderà attraverso l'Inferno, dove sentirà i lamenti delle anime dannate per l'eternità, e il Purgatorio, dove troverà le anime che scontano la pena felici perché consapevoli che giungeranno al Paradiso. Gli spiega poi che sarà guidato in Paradiso da Beatrice, perché lui fu pagano e Dio non vuole consentirgli l'accesso nel regno dell'eterna beatitudine.
Dante segue Virgilio e inizia il suo viaggio.

Francesco Abate

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